I ragazzi di via Bombe

…anche Vasco Rossi negli anni ’80 abitava in via Bombe

Riconoscimento:

Finalista – XI edizione del Concorso Letterario “SaragozzArte” 2025, Bologna

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CAPITOLO 1 – VASCO

Bologna, nel cuore del quartiere Saragozza, poco dopo il Meloncello, una breve strada senza uscita si incunea tra le case, terminando contro la recinzione dello Stadio Renato Dall’Ara, lato curva San Luca. Ufficialmente è un “segue la numerazione” di via Porrettana. Io, lì, ci sono cresciuto.

Quando ero bambino, tra la fine degli anni ’60 e i ’70, gli anziani del quartiere la chiamavano “via Bombe”. Solo loro, però. Di questo singolare nome parla anche Enrico Brizzi in “La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco”, ricordando che, all’inizio degli anni ’80, ci abitava il cantante Vasco Rossi.

Lo confermo: dal 1980 al 1982 quasi ogni giorno lo vedevo imboccare lo stradello e parcheggiare la sua Porsche (probabilmente usata). Quelle, però, non erano le prime volte che lo incontravo. L’estate, da sempre, la trascorrevo in villeggiatura dalle parti di Zocca, il suo paese natale, dove Vasco, allora disc jockey, sconosciuto al di fuori del paese, stazionava abitualmente davanti al Bar Olimpia a guardare lo struscio. Con una particolare attenzione per le ragazze. A fine agosto 1980, tornato a Bologna dalla villeggiatura, me lo ritrovai davanti a casa: si era trasferito in affitto in un appartamento al secondo piano del palazzo di fronte. Ma la sua fama cresceva in fretta. All’inizio solo qualche sporadica ragazza lasciava messaggi in bigliettini lasciati appiccicati al portone. Poi, dopo la sua partecipazione al Festival di Sanremo, davanti al portone c’era sempre un capannello di adolescenti in attesa di vederlo. Ma durò poco. Con il successo Vasco traslocò.

Intanto, col trascorrere del tempo, il nome “Via Bombe” stava scomparendo dai ricordi della gente. Nessuno, poi, sapeva da dove venisse. Mia nonna diceva che era per le “balle” – cioè bugie enormi come bombe – che certi residenti erano soliti raccontare. Ma la sua era una spiegazione di seconda mano. Non avendo abitato in quella zona da giovane, riferiva quello che aveva sentito dire. Però era una spiegazione che non mi convinceva. E così, cominciai a immaginare chissà cosa. Un nome così bellico, in un quartiere tranquillo come il nostro, era davvero fuori posto. Me lo figuravo come un ricordo di bombardamenti in tempo di guerra … ma era impossibile: quel nome già esisteva prima della Seconda guerra mondiale. Il mistero, quindi, restava. Solo da adulto trovai una spiegazione più plausibile. Prima del 1927, quando lo stadio ancora non esisteva e la zona era quasi campagna, c’era un tiro a segno. Forse le “bombe” erano il rumore degli spari che risuonavano tra le poche abitazioni.

CAPITOLO 2 – LO STADIO

Primi anni ’70. Niente internet, niente playstation, niente altri giochi digitali. Nei pomeriggi d’estate, quando il sole picchiava forte e l’asfalto sembrava sciogliersi, io e i ragazzi dello stradello ci rifugiavamo nell’androne fresco del mio condominio. Era il nostro quartier generale: l’eco delle nostre voci si mescolava al rumore delle pedine dei giochi di società che stendevamo sul pavimento. Restavamo lì a giocare per ore, fino a quando non si sentiva urlare “a tavola”. Fuori, in strada, giocavamo invece a pallone tra le auto parcheggiate. La palla rimbalzava sui parafanghi e noi, a ogni tiro, trattenevamo il fiato, temendo le grida di qualche proprietario che immancabilmente, certo di qualche ammaccatura, minacciava di scendere in strada e menarci.

La situazione era, invece, meno grave quando la palla finiva dentro la finestra spalancata della signora Clò, la madre di Oriano, cui oggi è intitolata la biblioteca del quartiere. Abitava al piano terra e subito ci avvisava che l’avrebbe bucata, ma poi, dopo averla implorata, ce la restituiva integra, con l’assoluta certezza – da parte sua e da parte nostra – che a breve l’inconveniente si sarebbe ripetuto. Un altro passatempo era correre in bicicletta da un capo all’altro della via.

Crescendo, però, il circuito si spostò: introducemmo il giro dello stadio, percorrendo la strada interna che circonda il muro perimetrale, allora ancora privo delle antiestetiche gabbie metalliche costruite per i Mondiali del 1990. La mia bici, poi, aveva un tachimetro col contachilometri. Scoprì così la misura esatta della circonferenza dello stadio: 900 metri. All’epoca, nei giorni infrasettimanali, si entrava nello stadio senza problemi: c’erano palestre sotto le gradinate e c’era il comando dei vigili del fuoco sotto la curva San Luca. Ma si poteva salire senza problemi anche sulle stesse gradinate. Non solo! C’era, addirittura, sotto le gradinate della curva San Luca, anche un asilo comunale. Quello che frequentai io dal 1967 al 1969 e che oggi si trova in Via dello Sport.

Per non perderci nulla, lì arrivò anche il nostro primo contatto – anche se solo visivo – con il sesso. C’erano già in circolazione i giornaletti porno e un ragazzo più grande, che abitava nell’attuale Via Menabue, strada parallela a Via Bombe, ne era un assiduo acquirente. Non potendo conservarli in casa, per non essere scoperto dai genitori, aveva escogitato un nascondiglio ingegnoso: li nascondeva sulle gradinate dello stadio dietro i cartelloni pubblicitari. Noi, scoperto il segreto, cominciammo a fare spedizioni per individuare i giornalini, sfogliarli con la massima attenzione, come fossero la mappa dell’isola del tesoro, e poi riporli esattamente dove li avevamo trovati. Si può dire, quindi, che la prima educazione sessuale l’abbiamo avuta al Dall’Ara.

CAPITOLO 3 – VILLA SPADA

Ogni tanto giocavamo in “trasferta”. Vicino al Meloncello ci sono due parchi stupendi: Villa Spada e Villa delle Rose. Tra i due la scelta era facile. Villa delle Rose, ai nostri occhi, era roba da nonni e bambini piccoli: troppo ordinata, silenziosa, perfetta. Per noi, che andavamo a caccia di avventure, Villa Spada era tutt’altra storia.

La villa, allora diroccata (sarebbe stata restaurata solo alla fine degli anni ’80), sembrava uscita da un romanzo gotico. Era inaccessibile sulla carta, ma non per i ragazzi più temerari, che ignoravano i cartelli recanti “pericolo di crollo” ed entravano per dimostrare il proprio coraggio (o incoscienza). Io, invece, preferivo affrontare le ripide salite fino al pianoro in cima, dove lo sguardo, dall’alto, abbraccia il centro della città. Alle spalle della villa, c’è il giardino all’italiana: statue, il tempietto chiamato Tomba del Cane, alte siepi dietro le quali nascondersi.

Un posto che sapeva di mistero, dove ti sembrava che da un momento all’altro potesse sbucare dal nulla un personaggio di un’epoca lontana o un fantasma. Lo ammetto, un po’ di paura lo metteva. Per questo nessuno ci andava da solo. Ancora oggi, quando, seppur raramente, passo da lì mi sorprendo a rivivere quel timore che ci teneva stretti in gruppo, con il cuore che batteva forte ad ogni fruscio di foglie o quando le ombre dietro la Tomba del Cane sembravano muoversi. In fondo, per noi ragazzi di Via Bombe, Villa Spada non era solo un parco. Era la frontiera più vicina all’avventura. Una frontiera a due passi da casa.

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