
Partecipazione alla XI edizione del concorso letterario Giallo Fiorentino
Racconto Breve (2025)
Nel luglio 2025 ho partecipato all’XI edizione del concorso letterario Giallo Fiorentino promosso dal Club del Giallo di Sesto Fiorentino (FI).
Il regolamento richiedeva che l’opera rientrasse nelle 20.000 battute (incipit escluso), fosse di genere giallo e ambientata in Toscana. Conoscendo bene la zona appenninica tra le province di Bologna e Pistoia, ho scelto di collocare il racconto – intitolato La Domenica dell’Architetto – in una località volutamente indefinita, posta al confine tra le due province.
Per l’occasione ho voluto rendere un breve omaggio a Francesco Guccini – senza citarne esplicitamente il nome, lasciandolo solo intuire.
Il mio racconto non è stato selezionato tra i finalisti: la giuria l’avrà forse ritenuto troppo poco giallo. La scomparsa di Guccini mi ha convinto di pubblicarlo sul sito.
Il Capitolo I, l’incipit, è stato redatto dal Club del Giallo: da qui i candidati erano tenuti a sviluppare il racconto.
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CAPITOLO I – INCIPIT – LA SCOPERTA
Mentre sospinge la sedia a rotelle Carlos è perso dietro a ideas negativas, a pensieri neri. È dura accudire un vecchio rompipalle come Eugenio. Per la gente del vicinato e l’esercito di conoscenti è semplicemente l’architetto, tutti gli fanno un sacco di sorrisi e complimenti: si capisce che è stato un pezzo grosso e deve avere messo da parte tanti quattrini. Ma per Carlos Eugenio è solo un bambolotto rugoso, sempre stizzito, che spara ordini in continuazione e si ostina a chiamarlo “Pablo”. Ci vuole la pazienza della Virgen de El Cisne per non urlargli di ir a la mierda, abbandonandolo in mezzo al salone della sua villa.
Non è però solo questione di pazienza: a Carlos fanno troppo comodo i soldi che prende ogni mese, ecco perché continua a fare il cuidador, il badante di quell’ometto. Ed ecco perché, alle otto di mattina di una domenica di gennaio i due si trovano, soli come cani, davanti a un grande cantiere recintato da una rete metallica. È una fissa dell’architetto: ormai da settimane, che sia bel tempo o tiri un vento dannato, vuole che a inizio della giornata Carlos lo porti a passeggio sulla carrozzina fino a lì.
Il vecchio osserva come procedono i lavori della costruzione del centro commerciale e di solito, per un quarto d’ora buono, scuote la testa e borbotta parole astiose all’indirizzo di quei “bischeri cazzoni incapaci e incompetenti” che dirigono il gigantesco ambaradan. Ora però il vecchio non biascica insolenze, ha gli occhi sgranati, le labbra che tremano.
«Oddio!» si allarma il cuidador. «Gli viene un infarto!» e invece no, niente infarto. Eugenio alza il braccio destro e indica un punto preciso al di là della recinzione. Carlos si china leggermente e vede anche lui quello che sporge da sotto un grosso telo di plastica, dietro a sacchi di cemento.
«Oh Virgen de El Cisne» sussurra, mentre il vecchio bercia: «Chiama il 112! Chiama il 112, Pablo!»
Il mio racconto parte da qui
CAPITOLO II – IL MANICHINO
I carabinieri arrivano prontamente. Il cancello del cantiere non è chiuso: entrano e sollevano il telone. Sotto, un manichino in plastica dalle fattezze maschili, con una vecchia camicia azzurra e pantaloni neri. La testa è inclinata ed è imbrattata di un colorante rosso scuro, simile al sangue, un braccio è staccato: proprio quello che Eugenio ha visto spuntare da sotto la copertura
«Dios mío! Gliel’hanno amputato» grida Carlos dietro la rete.
«Ma che stai dicendo?» ribatte il brigadiere Ghezzi, scostandosi il berretto dalla fronte. «E’ un manichino!»
Il carabiniere Mancuso squadra i due col sopracciglio alzato. «Chi l’ha visto per primo?»
Carlos non ci pensa un attimo e punta il dito verso Eugenio, che per tutta risposta gli rifila una gomitata, sfiorando per un pelo i gioielli di famiglia.
I militari impassibili prendono nota. Poi Ghezzi ordina di rimuovere il manichino e portarlo in caserma. «Forse è uno scherzo. O è un messaggio rivolto a qualcuno. In ogni caso, un gesto stupido: da lontano poteva sembrare una persona. Anzi, forse si può configurare il reato di procurato allarme. Comunque, avete fatto bene a chiamarci, ma niente panico» conclude Ghezzi, salendo sull’auto di servizio.
Carlos commenta a mezza voce che da quando c’è quel cantiere per la costruzione del centro commerciale, la tranquillità del paese è andata a farsi benedire. Eugenio annuisce. Effettivamente i lavori stanno condizionando la vita della piccola frazione: poco più di un migliaio di abitanti in una splendida vallata dell’appennino tosco-emiliano, lato toscano, a meno di un chilometro dal confine delle province di Bologna e di Pistoia.
È proprio per questo che Eugenio e altri residenti hanno protestato con forza, anche se invano: ritengono il progetto sovradimensionato e temono che, una volta ultimato, il centro commerciale attirerà orde di clienti dai comuni vicini, anche chi va a fare le cure termali nello stabilimento poco distante, in Emilia, oltre il confine, compromettendo per sempre la quiete del posto.
Eugenio, poi, ce l’ha anche per motivi personali. Quel progetto era suo. Anni prima glielo avevano commissionato per un’altra area, nei pressi di Firenze. Poi tutto era finito in niente. Ora l’hanno ripescato, riadattato e modificato – secondo Eugenio stravolto – per piazzarlo lì, dietro casa sua. Per lui è come un figlio sottratto e deformato.
CAPITOLO III – IL BAR
Intanto, in paese non si parla d’altro: del manichino, del braccio e della testa che spuntavano dal telone. In una località di mille anime, del resto, basta poco per far partire il chiacchiericcio.
Al bar Sport, l’unico del paese, tra un caffè e un Campari, è l’argomento del giorno. «L’hanno messo apposta per spaventare qualcuno», azzarda Tarcisio, il barista.
«No, sarà stato uno scherzo. Però … chi poteva cascarci?» ribatte Pieroni, ex tabaccaio in pensione, polemista di professione. Poi, dopo una pausa, affonda il colpo: «Solo quel trombone dell’architetto e il suo badante potevano cascarci. Sicuramente Carlos l’ha capito subito che non era un cadavere. Ma per tenersi il posto avrà assecondato il vecchio.»
«Beh, io ci sarei cascato» confessa uno dei presenti, alzando le mani.
Ai tavolini del bar si fanno ipotesi. Alcune assurde. Ma c’è anche chi tira fuori teorie più articolate, tipo l’Adalgisa, la fruttivendola. «Per me è una protesta contro il centro commerciale. Un gesto dimostrativo.»
Poco prima di mezzogiorno entra il dottor Marco Pometti, cappotto beige e sciarpa rigirata tre volte. Non è nativo del posto. Ha 40 anni e lavora a Pistoia. Dopo una burrascosa separazione dalla moglie, tra avvocati, carte bollate e udienze in Tribunale ha lasciato la città e si è rifugiato qui, in cerca di tranquillità. E pensare che gli Uffici Giudiziari non gli sono estranei, visto che fa il magistrato. È Sostituto Procuratore della Repubblica a Pistoia e ogni giorno fa avanti e indietro: trenta km all’alba e altrettanti al tramonto. Abita da sei mesi in affitto in un piccolo appartamento di fronte alla villa dell’architetto Eugenio.
Ordina un caffè e si siede in un angolo con un giornale stropicciato. È un tipo di poche parole, riservato, abituato a osservare prima di parlare.
Tarcisio gli si avvicina sorridendo.
«Dottore, ha saputo del manichino?»
«Si, è il fatto del giorno. Sembra diventato un caso nazionale»
«Per ora solo comunale» ride il barista.
Un cliente si gira. «Dottore, lei abita vicino all’architetto, no?»
«Si, di fronte alla sua villa.»
«Le ha raccontato qualcosa? Ha raccontato la scena?
«No, non l’ho visto stamattina».
Interviene l’Adalgisa: «Guardi, prima o poi lo farà. Magari esagerando e inveendo contro qualcuno. Altrimenti ci penserà Carlos, il suo badante. Lui sì che parla. Soprattutto per lamentarsi del suo datore di lavoro.»
I presenti ridono. Chiude Pieroni con cinismo: «L’architetto lo conoscono tutti. Era molto stimato. Ma da quando è inchiodato alla carrozzella, è diventato intrattabile. Ce l’ha col mondo intero. Invecchiando si è trasformato in un rompicoglioni di prima categoria. Ma per rispetto nessuno glielo dice, anche perché pare diventato un po’ svitato.»
CAPITOLO IV – L’ARTISTA
Uscendo dal bar, Pometti si stringe nel cappotto, col fiato che si fa nuvola nell’aria tagliante. Attraversa la strada, le mani in tasca, ancora con in bocca il retrogusto amarognolo del caffè e nelle orecchie le voci del bar Sport.
Alza lo sguardo e, come gli capita talvolta, lo vede. Dall’altro lato del marciapiede cammina, con passo lento e assorto nei suoi pensieri. È il cantautore, il residente più illustre del paese. Non un cantautore qualsiasi, ma il poeta della quotidianità, uno che ha cantato per decenni memorie collettive, tradizioni popolari, gioie e malinconie. Non propriamente un artista impegnato, nel senso militante del termine, ma impegnato a raccontare – a modo suo – l’umanità che sfugge ai riflettori: gli ultimi, i solitari, i dimenticati.
Dopo anni passati lontano, tra la città e i palchi dei concerti, è tornato a vivere qui, ormai anziano, nella vecchia abitazione di famiglia. Ma rimanendo in disparte. Senza frequentare il bar Sport. Fa vita ritirata, semmai accoglie in casa vecchi amici. I suoi spostamenti, a piedi, sembrano casuali, come se camminasse dentro una canzone che solo lui sta ascoltando.
Pometti lo osserva in silenzio con un misto di ammirazione e soggezione. È un fan di lunga data. Conosce a memoria le sue canzoni, possiede tutti i dischi, anche quelli in vinile ormai introvabili. Ma non ha il coraggio di rivolgergli la parola quando lo vede passare. Per paura di disturbare. Per non rompere un incantesimo.
«Un giorno lo fermo», si ripete ogni volta. «Gli chiedo un selfie» Poi, puntualmente, non lo fa.
Il cantautore cammina con le mani intrecciate dietro la schiena e probabilmente non sa nulla del manichino. E se lo sapesse, non se ne curerebbe. Uno come lui, che ha narrato tante assurdità nei comportamenti umani, non si farebbe impressionare da un bamboccio che spunta da sotto un telone. E poi, se ne parlasse, lo farebbe a modo suo: con versi capaci di raccontare in tre minuti quello che gli altri non arrivano a fare con cento chiacchere da bar.
CAPITOLO V – LA RIPRESA DEI LAVORI
Lunedi mattina, la valle è tagliata dal vento come una lama. Un freddo boia che spinge i muratori, arrivati di buon’ora, a stringersi nei giubbotti mentre si radunano nel cantiere per iniziare la nuova settimana di lavoro. Le loro voci, normalmente scherzose, oggi sono smorzate. Nessuna battuta. L’atmosfera è sospesa.
I fari della gazzella dei carabinieri si accendono oltre il cancello, che cigola quando si apre. L’auto avanza lentamente nel piazzale ghiaioso. Nessuna sirena, ma solo quella calma che di solito prelude problemi. Scendono il maresciallo Topponi, comandante della stazione, e il brigadiere Ghezzi. Si avvicinano al gruppo. Il capo cantiere, un uomo massiccio con la voce roca da troppe sigarette, si fa incontro. Sa benissimo perché sono lì.
«Buongiorno», dice il maresciallo. «Lei è il capo cantiere? Dobbiamo farle qualche domanda.»
Il capo cantiere è già pronto. «Certo. Mi hanno detto … del manichino. Al bar Sport, questa mattina, quando mi sono fermato a prendere il caffè.»
Topponi accenna un sorriso. «Eh, il bar Sport. Se vuoi sapere cosa succede in paese, devi andare lì. Ma noi vogliamo sentire la vostra versione.»
«Ho chiesto a tutti i miei uomini. Nessuno ne sa nulla, Io stesso, venerdì pomeriggio, prima di andarmene, ho fatto il solito giro: ho controllato gli attrezzi, il container, ho chiuso tutto. Il manichino non c’era. E il cancello … l’ho chiuso io.»
«Però ieri era aperto.»
«Lo so. Ed è strano. Le chiavi le ho solo io. Forse hanno forzato la serratura senza lasciar segni, magari con un grimaldello. Ma stamattina era tutto in ordine. Nessun furto.»
Topponi si guarda intorno, La luce è livida, il cielo basso, Lo scheletro del fabbricato in costruzione sembra scrutare l’orizzonte con diffidenza.
«Chi ha messo il manichino deve essere entrato di notte. Di giorno avrebbe rischiato di essere visto da chi passava dalla strada. Probabilmente per fare uno scherzo o per mandare un messaggio a qualcuno.»
«Maresciallo, uno scherzo da parte dei miei uomini lo escludo. E mi sembra strano di uno scherzo a noi del cantiere. Non vedo il motivo.»
Il brigadiere Ghezzi intanto prende appunti. Topponi, invece, insiste: «Avete mai ricevuto minacce?»
«A parte le lamentele di alcuni paesani – ma rivolte alla proprietà non a noi – a cui non va a genio la realizzazione del centro commerciale, non mi risultano minacce.»
«Bene. Tenete gli occhi aperti. E se succede qualcosa di sospetto, chiamateci.»
Il maresciallo saluta e torna verso la gazzella. Il brigadiere lo segue in silenzio. Il capo cantiere resta fermo fissando, con sguardo interrogativo, il punto dove è stato trovato il manichino.
CAPITOLO VI – CARLOS E L’ARCHITETTO
Chi è abituato a indagare per mestiere, non smette di farlo neppure fuori orario. Anche se in Procura non è ancora arrivata alcuna segnalazione dai carabinieri, la storia del manichino continua a frullare nella testa del dottor Pometti. Un fastidio sottile unito alla sua innata curiosità.
Sono quasi le sette di sera di martedi. La strada è deserta, la luce dei lampioni si riflette sull’asfalto umido. Pometti, di ritorno dal lavoro, parcheggia davanti a casa, si sistema il bavero del cappotto per proteggersi dall’aria pungente e si avvia verso il portone. Proprio in quel momento scorge Carlos sul marciapiede di fronte, col cane al guinzaglio e una sigaretta accesa tra le dita. Sta per limitarsi a un saluto, poi cambia idea. È il momento giusto per fare domande.
«Buonasera Carlos!»
«Oh, dottore. Buenos tardes.»
«Ha un minuto?»
«Claro. Il cane ha già fatto quello che doveva fare. Sempre la stessa fioriera, tutte le sere. Una rottura de pelotas»
Pometti sorride, poi si fa serio. Intanto il cane si accuccia a terra, come se percepisse che si sta per discutere di cose importanti.
Pometti va dritto al punto. «Ieri mattina com’è andata davvero? L’architetto si è spaventato così tanto?»
Carlos sospira. «Ho pensato che morisse lì davanti. Era diventato bianco come un lenzuolo. Tremava, balbettava. “Chiama il 112” mi ha detto. E io, zac, subito al telefono. Poi, dopo che i carabinieri hanno sollevato il telone e si è visto che era un manichino di plastica, si è calmato. Ma a prima vista, da una certa distanza, sembrava davvero un morto. Sicuramente chi l’ha messo voleva fare colpo»
«Colpo su chi?»
Carlos scrolla le spalle. «Non saprei. Ma in paese tutti sapevano che accompagnavo ogni giorno – anche la domenica – il signor Eugenio al cantiere. Ci teneva a controllare i lavori per poi criticarli meglio. Una joda. Una rottura. Tutte le mattine la stessa solfa.»
Pometti resta in silenzio un momento, poi guarda Carlos dritto negli occhi e passa al “tu”: «Quindi pensi che quel manichino fosse un messaggio per lui? Lo crede anche l’architetto?»
«Il signor Eugenio non l’ha detto, ma secondo me sì. Ma è una mia impressione, perché lui con me non si confida.»
Pometti si gira per andarsene, poi si ferma.
«Senti Carlos, una curiosità. Ho saputo che l’architetto ti chiama Pablo. Ma non è il tuo nome.»
«No, è quello del badante prima di me. Anche lui dell’Ecuador. Siamo quasi coetanei. Io ho trent’anni, lui circa trentacinque. Ha lavorato qui per un paio d’anni.»
«E che fine ha fatto?»
«L’ha mandato via. Diceva che gli aveva rubato dei soldi in casa. Non l’ha denunciato, ma l’ha cacciato. Io sono qui da un anno e gliel’ho detto mille volte che mi chiamo Carlos, ma niente. Continua a chiamarmi Pablo. Forse lo fa per dispetto o magari perché gli manca.»
Pometti aggrotta le sopracciglia. «E Pablo è rimasto qui in zona o è tornato in Ecuador?»
«È rimasto. È stato disoccupato a lungo. Sa com’è, in provincia le voci girano. Tutti sapevano della storia. Lui però ha sempre sostenuto di essere innocente e che era stato accusato ingiustamente.»
«Ingiustamente?»
«Lui dice che l’architetto soffre di Alzheimer, dice. In effetti il dubbio ce l’ho anch’io. Ora Pablo fa il muratore in una ditta. Pensi che questa ditta ha avuto in subappalto dei lavori proprio nel “nostro” cantiere.
«Davvero? Lo avete visto lavorare in cantiere?»
«Due settimane fa. E lui ha visto noi. Poi la settimana scorsa non s’è più visto. Segno che i lavori affidati alla sua impresa sono terminati.»
«L’architetto è in casa?»
«Naturalmente. Vuole vederlo? Salga con me.»
I due entrano nella villa e salgono le scale. Arrivano nel salone. Eugenio è seduto in poltrona, davanti alla televisione. Aspetta che Carlos prepari la cena.
«Architetto, guardi chi è venuto a trovarla. Il nostro vicino, il dottor Pometti.»
«Buonasera architetto, lieto di rivederla. Come sta?»
«Come vede, seduto. Posso muovermi solo con la carrozzina. Purtroppo.»
«Intendevo dire … dopo quello che è successo domenica.»
«Lo spavento è passato. Sono di tempra dura. Semmai è Carlos che si è agitato. È un fifone.»
«Senta, pensa che chi ha messo il manichino avesse lei di mira? Ha dei nemici?»
«Tutti ce l’hanno con me. In paese mi sorridono, ma poi sparlano alle spalle. Ipocriti! Ma non me ne importa.»
«Anche Pablo, il suo vecchio collaboratore le è nemico?»
Eugenio riflette, poi si stringe nelle spalle. «Mah, forse. O forse no. Gli volevo anche bene, sa? Ma deve chiedere a lui»
Pometti a questo punto saluta e rientra a casa. Carlos, invece, ai infila in cucina. Questa sera zuppa contadina con cavolo nero e pane abbrustolito. Mentre sul tavolo c’è una bottiglia di rosso, di quelli forti. Ormai Carlos è diventato un esperto di cucina toscana.
CAPITOLO VII – PABLO
«Maresciallo, dopo aver parlato ieri sera con l’architetto e Carlos, credo che sia il caso di fare due chiacchere con questo Pablo. In via del tutto informale. In fondo, in Procura non è arrivato ancora nessuna notizia di reato. Potremmo considerarle solo chiacchere tra … compaesani!»
«Mi pare una buona idea, dottor Pometti. Non possiamo escludere che abbia piazzato lui quel manichino. Se ha visto l’architetto ogni giorno davanti al cantiere … magari ha pensato di fargli prendere uno spavento. Per vendicarsi. Dopo il licenziamento ha faticato molto per trovare un nuovo lavoro.»
«Ci credo! Aveva la fama di ladro.»
«Beh, su questo le confido una cosa. L’architetto, qualche mese dopo il fatto, mi disse – era stranamente in vena di confidenze quel giorno – che non era più sicuro che Pablo gli avesse rubato qualcosa. Ma ormai lo aveva cacciato. E con Carlos assunto al suo posto, tornare indietro sarebbe stata una figuraccia.»
Mercoledì sera, alle venti, il maresciallo Topponi e il dottor Pometti si trovano davanti alla casa di Pablo. Non è molto lontana, è in un piccolo condominio sulla strada statale che conduce a Pistoia. Suonano il campanello e la porta si apre.
«Buonasera signor Pablo», dice Pometti con un sorriso rassicurante. «Possiamo entrare? Solo due parole, senza fretta. Io sono Marco Pometti, magistrato. Lui è il maresciallo Topponi, comandante della stazione dei carabinieri.»
«Si, certo …», risponde Pablo esitante, invitandoli ad accomodarsi.
Topponi guarda Pablo negli occhi. «Tranquillo, siamo amici. Niente formalità. Va tutto bene?»
Pablo incrocia le mani, visibilmente agitato. «Ehm … insomma; maresciallo … volete solo parlare?»
«Esatto», interviene subito Pometti, accomodandosi su una sedia. «Niente di ufficiale. Ma non si preoccupi … vedo che è spaventato. D’altronde, con questa faccenda del manichino …»
Pablo si sfrega nervosamente la fronte. «Una cazzata … ma ora ho paura. Sono giorni che in paese non si parla d’altro. Se salta fuori il mio nome, perdo anche questo lavoro … perdo tutto!»
Topponi lo rassicura. «Capisco la tua ansia. Ma devi sapere una cosa: nessuno ha sporto denuncia. L’architetto si è spaventato, ma a quell’età capita. In fondo non era un cadavere, ma un manichino e dalla strada non si capiva bene cosa fosse.»
Pometti concorda con un gesto «Pablo, a questo punto bisogna dire tutta la verità.»
Pablo sembra un po’ sollevato, ma ancora teso. «Non penso ad altro da domenica. L’ho messo io sabato notte. Quando ho visto che il signor Eugenio andava tutti i giorni al cantiere e ho saputo che ci andava anche di domenica, non ho resistito alla tentazione di tirargli un brutto scherzo.» Pablo tira un lungo respiro. Sul viso la tensione lascia lo spazio a una smorfia dolceamara. «Non volevo fargli del male, ma dargli una lezione. Uno spavento. Ero arrabbiato per come mi aveva trattato. Dopo ho capito di avere sbagliato, ma ormai …»
«Pablo, dubito che la Procura apra un fascicolo per il reato di procurato allarme. In fondo il manichino era mezzo coperto … lasciato non sulla pubblica strada ma all’interno di un cantiere chiuso… poco visibile dall’esterno. Dico bene, dottore?»
«Dice bene maresciallo, E non c’è nessuna denuncia per l’accesso abusivo nel terreno privato. Pablo, questa volta ti è andata bene. Per fortuna non si è fatto male nessuno. Ma quando si agisce per rabbia, si può arrecare danno alle altre persone. Poi si pagano le conseguenze.»
«Vi ringrazio. So di avere sbagliato. Non si ripeterà, non voglio guai. Grazie per essere venuti.»
CAPITOLO VIII – IL SELFIE
Nei giorni seguenti, Pometti incrocia di nuovo il cantautore. Proprio lui. Cammina assorto come sempre con lo sguardo rivolto all’orizzonte, come chi sta cercando qualcosa che sfugge alla vista di tutti gli altri.
Ma questa volta Pometti non ha il tempo di decidere se fermarlo.
«La solitudine non è un vuoto. È una stanza in cui metti in ordine l’anima.», dice il cantautore, citando se stesso.
«La conosco. “Lato d’ombra”, 1974, se non sbaglio. L’ho consumato quel disco.»
Il cantautore si volta: «Allora sei uno dei pochi che ascoltavano anche il lato B.»
Pometti annuisce. «Sono un suo ammiratore. Non voglio disturbarla … però, se non le dispiace, … un selfie?»
«Un selfie mai! Odio la gente che si fotografa invece di ricordare.»
«Pometti arrossisce. Ma il cantautore lo salva subito dal disagio.
«Semmai un autografo. O meglio: stasera vieni a casa mia alle sette. Ti offro un bicchiere di vino e una fetta di salame. Ma solo se prometti che non parliamo di musica.»
«E di che parliamo?» chiede Pometti, quasi incredulo.
«Di come si sopravvive a chi ti prende troppo sul serio», risponde, riprendendo il cammino.
